Primal
Un letterale bagno di sangue
Durante le feste invernali, sfogliando un libro sulle opere di Frank Frazetta, hanno cominciato a sfialrmi davanti agli occhi stupendi disegni di Tarzan, Conan ed alcuni lavori per la cover di Land of Terror e At Eartht's Core di Burroughs. Nelle illustrazioni si vedono uomini coperti di pelli tra rocce e foreste, creature preistoriche di ogni genere, dinosauri, tigri dai denti a sciabola, mammuth e altro. Il cervello, come spesso accade, lavora in background, fa girare le biglie, i sassolini vanno in posizione e finalmente fa due più due ed ecco che riaffiora alla memoria l’esistenza di Primal!
Nel momento in cui scrivo Primal è composto da due stagioni principali uscite rispettivamente nel 2019 e 2020, più una terza in arrivo nel 2025. Questo vuol dire che non ci pensavo da almeno 5 anni! Ognuna delle stagioni contiene dieci episodi di trenta minuti e, sebbene siano per lo più autoconclusivi, c’è un filo sottile sottile che unisce orizzontalmente le vicende del protagonista e che va ispessendo episodio dopo episodio, insistendo sulla crescita dei personaggi e dei rapporti tra loro.
Inizialmente la tentazione di vederla tutta d’un fiato è stata davvero fortissima. Non tanto perché la serie sia volutamente costruita per tenerti in sospeso fino all’episodio successivo con cliffhangers artificiali, anzi. Il pacing e il formato praticamente autoconclusivo sono già quelli di un’antologia (ci torneremo dopo) per cui si potrebbero quasi vedere in ordine sparso senza perdere troppo, ma ogni episodio alza un po’ l’asticella dello stupore introducendo qualcosa di inaspettato.
Tuttavia, arrivato a metà della prima stagione, ho deciso di rallentare il passo per godermi il più a lungo possibile questa narrazione essenziale ma che allo stesso tempo scatena emozioni profonde che meritano di essere assorbite poco alla volta. O almeno ci ho provato. A quel punto ancora non potevo prevedere dove saremmo arrivati con la narrazione, sarà un rollercoaster e le cose cambieranno parecchio.
Lo Show
In Primal si racconta di dolore e di sopravvivenza. Di come sia necessario e inevitabile affrontare stoicamente qualsiasi minaccia con la forza di chi non ha alternative e possiede un fortissimo e istintivo attaccamento alla vita. Si racconta del dover fronteggiare un mondo che toglie tutto senza lasciare un attimo di tregua mentre cerca continuamente di ucciderti in innumerevoli modi diversi.

La storia segue le vicende di un homo neanderthalensis (Spear) mentre attraversa un mondo preistorico come potrebbe averlo immaginato un autore di romanzi d’avventura ottocentesco. I nemici che il nostro neanderthal si troverà ad affrontare spaziano dai più comuni dinosauri fino a creature la cui classificazione scientifica non è affatto scontata. Fortunatamente in questo show l’accuratezza storica è poco più che un suggerimento.

Il rendering è minimale, grezzo e violento quanto basta. Il tratto con cui vengono disegnati i personaggi può definirsi in qualche modo adulto pur mantendo uno stile assolutamente non realistico e ricorda da lontano l’era pulp dei fumetti noir e western. Il segno è preciso, sintetico ma dettagliato dove serve, ed è adattissimo a raccontare una storia ambientata in un mondo primordiale.
Col senno di poi, man mano che si conoscono gli abitanti di questo continente sconosciuto, è chiaro quanto Frazetta abbia ispirato Tartakovsky con le sue idee.

A fare da contrappunto ai segni marcati e decisi che tratteggiano le creature di questo mondo ci sono i meravigliosi fondali. Tra una folle fuga nella foresta e una lotta dissennata col nemico di turno capita fin troppo spesso di soffermarsi e far riposare gli occhi ed il cuore ammirando il mondo in cui si muove il protagonista. Cieli infiniti di nuvole ad acquerello, foreste primeve che sembrano fatte di soffice spugna, acque limpide che rifrangono raggi di sole.

Una delle cose che più mi piace di Primal è che, pur rispettando lo spettatore, non ha pietà. In modo molto intelligente lo rende partecipe della storia del protagonista portando chi sta guardando a gioire e soffrire con lui, senza mai essere scontato. La scenografia è scritta con attenzione, i semi di eventi decisivi vengono piantati molto prima nel minutaggio, a volte in modo più esplicito ma, quasi sempre, lasciandoli “sbadatamente” in secondo piano. Quei semi vengono integrati talmente bene nella narrazione che sono praticamente invisibili fino a quando, improvvisamente, tornano ad avere un senso. Tartakovsky riesce a raccontare tutto senza una sola riga di dialogo, basandosi su ciò che viene mostrato, sulla composizione e sulle espressioni dei protagonisti.
Come spiega lo stesso Tartakovsky, le storie sono semplici nel concetto ma emotivamente complesse.
Questa è senza dubbio una delle serie più importanti degli ultimi anni, per qualità narrativa e artistica e forse per aver voluto uscire fuori dall’appiattimento generale dell’animazione mainstream (perché rimane comunque un’opera mainstream). In anni più recenti e in modi diversi direi che ci ha provato Scavengers Reign che purtroppo manca della stessa solidità narrativa.
Volendo cercare si trovano anche alcune citazioni pop dal mondo del fantasy, dell’horror e dei comics ma, fortunatamente, sono a malapena suggerite.
Spoiler alert
Attraversate a vostro rischio e pericolo.
Cercherò di rimanere il più generico possibile relativamente alla storia ma è comunque possibile incappare in qualche spoiler minore.
La storia
Sebbene finiscano poi per essere molto diverse tra loro, le prime due stagioni compongono un unico lungo arco narrativo.
La prima stagione inizia con episodi legati tra loro esclusivamente dal rapporto che si viene a creare tra i protagonisti Spear e Fang. Li vediamo interagire tra loro, alle prese con ambientazioni e situazioni sempre diverse mentre viaggiano attraversando senza una meta apparente questo grande continente preistorico. Con l'avanzare degli episodi si scorgono le possibilità narrative di questo mondo, tracce di altre razze umanoidi più o meno evolute, pericoli in agguato di ogni tipo, naturali e soprannaturali.
Da ogni episodio si potrebbe far partire un intero nuovo arco narrativo, ma solo nelle fasi finali la serie arriva ad introdurre definitivamente i temi ed i personaggi di una trama più articolata e di quello che sarà il tema centrale della seconda stagione.

La seconda stagione improvvisamente allarga a dismisura gli orizzonti del mondo narrativo (e non solo). Si aggancia ad una delle possibilità intraviste negli episodi precedenti e ne segue gli sviluppi, facendoci scoprire che c’è molto più di quanto si sia visto fino ad ora e riuscendo a confondere defnitivamente le idee sul periodo storico in cui si svolgono le vicende.
Il duo diventa di fatto un trio, innescando nuove emozioni e nuovi pretesti per combattere con nemici sempre più organizzati e sempre più numerosi. Anche se lungo la strada rimangono alcuni momenti di calma che riportano il racconto allo stile iniziale più intimo, questi sono solo dei plateau narrativi dopo i quali si torna invariabilmente alla nuova epica, senza lasciarla più fino a quella che sarà la chiusura della storia vista fin qui.
Stonare sul finale
C’è un grande mammuth peloso nella stanza e non è possibile ignorarlo. Se siete arrivati al gran finale della seconda stagione, beh, ecco, non c’è nulla di grande. Solo un finale.
Il lavoro incredibile fatto per creare una coppia di personaggi assolutamente iconici viene smontato con una conclusione che, forse volutamente, sminuisce i protagonisti togliendoli dal piedistallo narrativo e trasformandoli in niente più che comparse in una storia più grande che ormai non riguarda più esclusivamente loro. Sarebbe stato più accettabile se “La Storia” diventasse protagonista, ma questo non succede, rimane invece un cambiamento fatto senza grazia e senza intelligenza.
L’ultimo episodio è intitolato “Echoes of eternity”. Un titolo altisonante che fa sperare in una conclusione epica, emozionante ed emozionale, degna di eroi che hanno affrontato l’impossibile, e lo hanno fatto vincendo!
Fino ad oggi.
La realtà è che la sceneggiatura ha preso una strada fin troppo facile, raffazzonata e sbrigativa. Gli sceneggiatori devono aver pensato che la storia dovesse finire per forza al ventesimo episodio, questo anche dopo aver inserito un episodio standalone e dopo aver pensato gli ultimi tre episodi come “The Hobbit”: potevano tranquillamente essere uno solo.
Per farlo si sono inventati un nemico soprannaturale che fosse possibile sconfiggere solo a costo del sacrificio ultimo. La vita del nostro protagonista.
Questo, in ultima analisi, sarebbe anche stato un finale più che accettabile se scritto con un po’ di amore per Spear e forse si, glorificandolo anche un po’ e dandoci il tempo di piangerlo. Un addio da eroe, tale ci era stato dato, e che personalmente avrei voluto ricordare al suo meglio
Lo show invece lo mostra mentre abbandona la vita lentamente, debole, orribilmente deturpato e con l'intimo pensiero che la solitudine inghiottirà il suo ricordo. Buio.
Il sacrificio più grande lo dovranno fare i fan mandando giù questo finale amaro.

Conclusioni spicce
Una grande serie animata che senza dubbio merita di essere vista e affiancata ad altri grandi cult dell’animazione, nella mia personale esperienza la accosto a prodotti come Aeon Flux o Death Love + Robots.
La prima stagione è senza ombra di dubbio una gemma rara, la seconda stagione cerca di sperimentare troppo con il suo stesso concept, introducendo storie su più episodi, nemici ricorrenti e un finale che, dopo aver passato le ultime dieci ore ad appassionandosi alle vicende ed affezionandosi ai personaggi, posso considerare semplicemente amareggiante. Tutto ciò in preparazione alla terza stagione che effettivamente sarà una vera antologia.
La scelta del finale credo sia stata interamente intenzionale. Io ci ho visto un modo per l’autore di ripudiare il suo personaggio, come un pittore che rovina l’opera di cui si è stancato e di cui non è più contento. Penso sia anche stato un modo per dire: dimenticatevi di Spear e Fang, la prossima stagione sarà una cosa incredibile.
Ne dubito.